“Nuovi” valori in economia e beni comuni


Secondo gli studi dell’economia classica circa la stima dei beni, ahimé, la biologia, la natura non sono la “misura” corretta per valutare i beni, e soprattutto l’estimo non contempla il concetto di bene comune. Gli economisti hanno previsto metodi di misura per i beni pubblici e privati, non per il bene comune. Solo negli ultimi anni si è “affermata” la disciplina della valutazione dell’impatto ambientale, ma ancora non si usa in maniera prioritaria il concetto di valore d’uso (criterio non monetario) per definire il valore attribuito a un bene affinché si possa fruire. Com’è noto l’aspetto del valore dipende dal punto di osservazione. Nella stima tradizionale si calcolano il più probabile valore di mercato e il valore di costo (fondamentali), poi esistono altri quattro criteri. Le politiche neoliberiste sorte nei gruppi sovranazionali stanno proponendo, tramite l’Unione Europea, l’usurpazione dei beni pubblici.

Ricordiamo che il concetto di valore è diverso dal concetto di costo e di prezzo, esso è più sfumato e talvolta può comprenderli entrambi, infatti il valore non è legato necessariamente alla moneta, come, per l’appunto la stima dei beni pubblici. Nelle valutazioni ambientali l’obbiettivo è stabilire l’impatto: negativo o positivo, infatti lo scopo è razionalizzare l’uso delle risorse. Nonostante questi concetti siano alla base di teorie economiche, ampiamente studiate nelle scuole, le istituzioni propongono la cessione e la privatizzazione proprio dei beni pubblici e demaniali, violando concetti elementari attraverso l’attribuzione di un valore monetario e regalare la gestione di questi beni alle SpA, tramite il ricatto e l’invenzione dell’economia del debito. Un gioco di prestigio ben progettato e propagandato dai media, nelle università e dai burattini inseriti nei partiti tradizionali.

Stimare, secondo i criteri standardizzati e tradizionali, significa dare un valore, dichiarato spesso in moneta, e che sia rispondente allo scopo della stima.  L’operazione della stima è complessa perché non misura grandezze fisiche, ma esprime un giudizio fondato e credibile rispetto a dei riferimenti: a) azione volontaria dell’uomo: convenzione, lo scambio; b) l’oggetto di giudizio della stima rispetto alla quantità delle grandezze attribuibili al bene economico, ad esempio la quantità di danaro che può scambiarsi con quel bene (prezzo di mercato), la quantità di danaro necessario a produrlo (costo di produzione); c) sistema dei prezzi.

In buona sostanza i metodi maggiormente usati – valore di costo e di mercato – nella nostra economia non contemplano la scienza ecologica e l’uso razionale delle risorse naturali. Non esiste criterio riconosciuto e diffuso che sia rispettoso della natura, al contrario, i sistemi di stima ampiamente diffusi e più in uso mirano alla monetizzazione dei beni per commerciali e/o trarne profitto. Appositamente si scarta il concetto del valore d’uso perché costringe gli interlocutori a scegliere fra valore monetario e utilità sociale. La scelta politica di boicottare il valore d’uso mostra gli effetti in tutto il mondo: depauperamento delle risorse, inquinamento, aumento delle malattie causate dai processi produttivi per l’uso di sostanze tossiche nei materiali, e nella diffusione delle merci. Impoverimento delle terre coltivabili e perdita della sovranità alimentare.

La relazione che intercorre fra economia e metodi di stima sta nel fatto che mentre l’economia è nata per gestire la “casa comune”, i criteri estimativi sono il frutto di una credenza, una religione secondo cui ogni bene deve essere sfruttato, consumato, rubato, eroso, sottratto per un interesse privato, anziché limitarsi alla gestione condivisa delle “risorse comuni”. E fino ad oggi l’economia è cresciuta solamente con criteri estimativi quantitativi e non qualitativi. I risultati sono visibili al mondo intero, anziché perseguire il reale benessere degli individui si persegue l’avidità di pochi trasmettendo i non valori della competitività sia a scuola che nelle università.

Nel campo dell’edilizia, finalmente, cresce la diffusione dell’analisi del ciclo vita (LCA) che mette in evidenza gli impatti ambientali causati dai flussi di materiali ed energia necessari alla produzione-uso-dismissione dell’edificio, ma trascura gli aspetti macro-ambientali di relazione tra edifico e contesto (comfort degli spazi aperti, accessibilità e rete infrastrutturali) e gli aspetti micro-ambientali (comfort termico, luminoso, indoor air quality). Quando sarà completata la banca dati LCA dei materiali i progettisti avranno un’informazione importante per la scelta dei materiali. Per gli aspetti macro e micro ambientali vi sono altri metodi in uso e in sperimentazione che completano le informazioni a sostegno dei progettisti. Si passerà dall’obsoleta rendita alla politica delle risorse. La domanda non sarà più quanto costa, ma ci sono le risorse per farlo?

Nel 1962 il Ministro Fiorentino Sullo propose una riforma urbanistica, mai approvata, che affrontava e risolveva il problema della rendita urbana speculativa che mangiava i suoli agricoli e distruggeva il territorio. I Comuni dovevano acquisire preventivamente le aree di espansione individuate nei piani urbanistici con un indennizzo commisurato al valore agricolo, e successivamente chi ne faceva richiesta aveva il “diritto di superficie” mediante asta pubblica e non la proprietà. Per usare il suolo si pagava al Comune un prezzo corrispondente alla spesa dei servizi necessari all’opera (“urbanizzazioni”). In questo modo si sottraeva al soggetto privato la possibilità di trarre profitto proveniente dalla vendita del suolo divenuto edificabile. Le lobby edilizie e bancarie avviarono una campagna denigratoria contro Sullo ed attraverso i media deligittimarono la figura del Ministro stesso impedendo l’approvazione della riforma. Negli anni duemila è abbastanza agevole riconoscere la lungimiranza di quel provvedimento rispetto alla tutela dell’ambiente e dell’interesse pubblico. Dal dopo guerra fino al 1981 lo Stato ha avuto l’opportunità di controllare il credito e produrre politiche espansive pubbliche. Dal punto di vista dell’urbanistica i piani miravano a soddisfare il reale bisogno abitativo, spesso di dubbio valore tecnico poiché la rendita ha prevalso sulla qualità. Dagli anni ’90 in poi spariscono le politiche abitative pubbliche ed iniziano le speculazioni private, mentre i Comuni iniziano a pensare come le SpA a danno dell’ambiente e del territorio, e l’offerta supera la domanda: alloggi vuoti.

Le contraddizioni fra monetarismo ed ecologia: uno dei principi oggetto della stima è la disponibilità monetaria oggi creata all’infinito (hedge fund, derivati) possiamo notare che, invece, i flussi di materia sono limitati e la capacità rigenerativa della natura ha tempi più lunghi rispetto alle scommesse delle borse telematiche che spostano e concentrano ingenti capitali per produrre merci inutili. Oggi, attraverso la matematica finanziaria gli azionisti possiedono un’enorme disponibilità di moneta creata dal nulla che viola i principi di uno scambio equo usurpando i diritti inviolabili dell’umanità. Per questo motivo è auspicabile una decrescita felice degli sprechi e una crescita occupazionale in attività socialmente utili. Si tratta di avviare un periodo transitorio per un riequilibrio del sistema fallito a causa di idee obsolete.

Una soluzione per la gestione dei beni (cibo, acqua, internet, energia) è quella di definirli comuni e sottrarli al capitalismo dei mercati finanziari. Il cibo, l’acqua, internet e l’energia oggi sono fruibili tramite la moneta debito e attraverso le SpA locali (a cui paghiamo le bollette) gestite dal sistema finanziario che ricatta gli Stati. Le tecnologie odierne ci insegnano che le comunità possono autoprodurre cibo a sufficienza (agricoltura sinergica e fattorie autosufficienti), gestire le risorse idriche (l’acqua è vita), creare una rete internet (accesso alla conoscenza) e produrre l’energia necessaria con fonti alternative, insomma comunità libere dal condizionamento delle multinazionali e/o dei gruppi elitari sovranazionali. I beni comuni per definizione non sono beni privati o beni pubblici, ma beni che possono e devono essere gestiti direttamente dai cittadini tramite “nuove” forme di democrazia economica, che non hanno rilevanza di profitto monetario, ma puntano alla co-gestione delle risorse per tenerle in equilibrio. La Costituzione italiana tutela questi beni, ma le istituzioni non hanno ancora introdotto regole e norme che sottraggono questi beni alle logiche mercantili delle SpA. Per la precisione l’art.47 invita le istituzioni a tutelare il credito affinché i cittadini possano gestire direttamente le infrastrutture di Stato, i cittadini non le SpA; l’art. 41 dichiara che l’iniziativa privata deve rispettare la salute e i diritti dei lavoratori e l’art. 3 impone l’uguaglianza fra tutti i cittadini a sostegno di una vera e piena partecipazione politica, e per concludere secondo l’art. 1 ci informa che la titolarità giuridica della sovranità è in mano al popolo. Tutti questi articoli sono ampiamente violati e/o non applicati.

Riconoscendo l’importanza delle leggi della natura si rende necessario aggiornare l’estimo e completarlo con i criteri di analisi del ciclo vita e inserire nuovi principi per l’economia partecipata. Le tecnologie odierne consentono la catalogazione delle risorse e degli ecosistemi per una gestione razionale della biodiversità, fuori da malsane logiche mercantili, e lo Stato deve essere il garante di processi e controlli, non più le SpA, non più la moneta debito, non più le banche private e commerciali. Esistono persino ricerche e studi sull’urbanistica che suggeriscono l’abbandono della rendita e introducono l’ecologia come misura del governo.

Il dibattito sul controllo sui beni comuni è stato avviato da tempo nei confini ristretti delle accademie, e senza dubbio possiamo tracciare un confine politico visibile fra i partiti che governano questo Paese, l’Europa e il mondo intero, fra chi sta attuando una dittatura globale a servizio delle SpA e fra chi chiede maggiore democrazia in Italia e in Europa. Ritengo sia giunto il momento che tale dibattito si trasferisca nei luoghi più opportuni e corretti, cioè nelle piazze e nelle scuole poiché è in gioco la libertà, la sopravvivenza e la sovranità dei popoli. Si tratta di transitare dall’attuale schiavitù SpA alle reti di comunità. I beni collettivi possono essere amministrati da comunità che vivono su principi cooperativi e di reciprocità, che implicano la capacità di valutare le ragioni di tutti gli individui coinvolti tramite rapporti di fiducia, e la consapevolezza della scarsità della risorsa. Queste comunità sono sempre esiste, ma sono state schiacciate dal modello istituzionale Occidentale, ormai giunto al declino per implosione del sistema stesso. Internet ci ha consentito di conoscere e riscoprire queste comunità.

Solo per citare un esempio, durante il periodo longobardo-romanico nel Sud Italia, si sviluppò e crebbe un’economia reale efficiente perché i cittadini che ne facevano richiesta potevano gestire e lavorare la terra senza pagare né dazio e né l’acquisto della proprietà. Non esisteva il concetto di proprietà privata come noi lo conosciamo. I cittadini avevano l’opportunità di autogestire il territorio e destinavano una piccola parte del raccolto, come paga al sovrano, solo dopo anni di lavoro in proporzione alla produttività della terra. Ai sovrani non interessava accumulare ricchezza come noi la immaginiamo oggi, ma interessava avere persone di fiducia che curassero i terreni. Questo fu il modello economico e sociale che pose le basi per un territorio redditizio e avanzato che successivamente consentì la nascita del principato Citra Superiore. Senza il concetto di possesso, lo stesso modello economico era usato dagli indiani d’America poiché sfruttavano la terra solo per necessità e non per sovraprodurre. Gli indiani non conoscevano la proprietà privata e neanche il concetto di vendita o mercato come noi lo rappresentiamo. In sostanza alle comunità non interessava conoscere quanta merce veniva prodotta e scambiata ed i primi mercati, le fiere, servivano per scambiarsi i beni autoprodotti per soddisfare bisogni reali e non per accumulare merci inutili. Com’è noto a scomporre l’equilibrio fra uomo e natura fu la nascita del sistema bancario e del prestito, poi l’avvento delle rivoluzioni industriali e poi ancora l’occultamento delle tecnologie migliori, quelle eco-efficienti, Tesla docet.

L’attuale sistema diseducativo ha cancellato dalla mente delle persone i valori di utilità sociale e di condivisione che hanno determinato la vita nei comuni italiani. Facendo a meno di sovrani e feudi che degenerano in oligarchie autoritarie, se ci pensiamo, gli Enti locali rappresentano bene queste degenerazioni, oggi possiamo tornare ai principi economici che fecero crescere nel benessere intere comunità col vantaggio delle conoscenze odierne e delle tecnologie eco-efficienti e gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa. Creso sia necessario cogliere queste opportunità per cominciare a vivere da esseri umani. Esistono diversi gruppi in tutto il mondo che stanno maturando l’attuazione di queste “nuove” forme “istituzionali” di co-gestione dei beni comuni, dal Sud America fino in Europa. E’ un movimento politico senza struttura che propone soluzioni concrete di idee radicali ed usa internet per condividere le conoscenze e far sviluppare le comunità partendo da valori condivisi, i diritti dell’uomo e la natura.

Potremmo fare un elenco di obiettivi:

  1. tutela della natura, agricoltura ecologica e turismo ecocompatibile
  2. economia delle brevi distanze
  3. sicurezza e approvvigionamento grazie alla proprietà pubblica e all’autoproduzione
  4. cultura regionale

Dal punto di vista del governo del territorio e dell’urbanistica è possibile sconfiggere la rendita parassitaria grazie all’uso di valori aderenti alla bioeconomia, e l’uso di una banca dati che rilevi le risorse del territorio. Oggi con un software è tutto più semplice ed è sufficiente ripensare i valori dando priorità agli ecosistemi, alla biodiversità, alla tutela dell’ambiente costruito. Si tratta di un processo culturale che rimodula la domanda e l’offerta. Abbiamo assistito ad un offerta indotta (crescita urbana e nuovi alloggi), falsa, quando la reale domanda è curare il territorio, adeguare gli edifici al rischio sismico, etc. Lo Stato riprendendosi la sovranità monetaria può rilanciare un’economia espansiva con criteri di qualità e non più di quantità com’è accaduto, dagli anni del dopo guerra in poi. In questa fase storica possiamo ridurre selettivamente il PIL eliminando gli sprechi e, parallelamente, usare gli sprechi per finanziare interventi utili (conservazione, rigenerazione urbana, beni culturali, istruzione, etc.), ad esempio è utile spendere 22 miliardi per digitalizzare l’esercito?[1] E’ utile spendere 14 miliardi per l’acquisto di novanta F-35?[2]

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5 pensieri riguardo ““Nuovi” valori in economia e beni comuni”

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